Cassazione: basta sottopagare i dipendenti per integrare il reato di caporalato?

Con la sentenza n. 20151 del 03.06.2026, la Cassazione penale afferma che, ai fini dell’integrazione del reato di caporalato, è sufficiente sottopagare i lavoratori rispetto ai minimi previsti dal CCNL con la consapevolezza di sottoporre gli stessi a condizioni di sfruttamento e senza che sia necessario l’intento di trarne profitto.

Il fatto affrontato

Il legale rappresentante di un’impresa viene ritenuto colpevole del reato di cui all’art. 603 bis c.p., per aver:

  • reiteratamente corrisposto una retribuzione oraria (di 4/5 Euro all’ora comprensiva di tredicesima e quattordicesima) di gran lunga inferiore a quella pari a circa 9,69/9,81 Euro prevista dal Contratto Nazionale di Lavoro applicabile al settore di riferimento;
  • violato la normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale, all’aspettativa obbligatoria e alle ferie;
  • non osservato le norme in materia di sicurezza e igiene nei luoghi lavoro, anche in virtù della mancata partecipazione dei lavoratori ai relativi corsi di formazione e della mancata sottoposizione degli stessi alle necessarie e regolari visite mediche.

La sentenza

La Cassazione – confermando quanto stabilito dalla Corte d’Appello – rileva preliminarmente che, ai fini della configurabilità del reato di sfruttamento del lavoro previsto dall’art. 603 bis c.p., l’indice di sfruttamento del lavoratore può rinvenirsi anche dalla palese difformità della retribuzione rispetto al minimo previsto dal CCNL applicabile al settore di riferimento.

Per la sentenza, ulteriore indice dello sfruttamento è rappresentato dalla circostanza che i dipendenti accettino di prestare servizio in ambienti sprovvisti delle necessarie misure di sicurezza e igiene nei luoghi lavoro.

Secondo i Giudici, per l’integrazione del reato è sufficiente che il datore agisca in coscienza e volontà, mentre non è richiesta l’intenzione di trarre profitto da una condizione soggettiva di inferiorità.

Su tali presupposti, la Suprema Corte rigetta, quanto a questo profilo, il ricorso dell’imputato.

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