Il censimento permanente della popolazione condotto dall’Istat relativamente al 2023 rileva una correlazione diretta tra livello di istruzione e ricorso al lavoro
da remoto. Secondo quanto emerso dal rapporto dell’Istituto Nazionale di Statistica, a un alto titolo di studio corrisponde un maggiore utilizzo dello smart working.
Un livello di istruzione più elevato è infatti maggiormente presente tra attività lavorative basate su obiettivi e associate ad una maggiore alfabetizzazione digitale e autonomia organizzativa. In questo caso la quota di occupati che ha lavorato in modalità agile nelle quattro settimane precedenti la rilevazione raggiunge il 29%, quasi il doppio rispetto alla media nazionale del 13,8%.
Smart working, Professioni e istruzione – Il rapporto individua nella struttura delle professioni la causa principale del fenomeno. Un livello di istruzione più elevato è infatti maggiormente presente tra attività lavorative basate su obiettivi e associate ad una maggiore alfabetizzazione digitale e autonomia organizzativa. Le professioni qualificate ad elevata specializzazione raggiungono il 30,2% di diffusione del lavoro agile, seguite dai lavori esecutivi d’ufficio al 25,4% e dalle attività a media qualificazione al 24,7%. La quota nazionale di smart workers si è stabilizzata al 13,8%: già nel 2022 il Censimento permanente registrava lo stesso valore, a conferma di una fase di assestamento rispetto al picco pandemico. Prima dell’emergenza Covid, nel biennio 2018-2019, la percentuale di lavoratori da remoto era appena del 4,8%.
Il confronto europeo offre una prospettiva aggiuntiva: secondo i dati Eurostat, l’Italia, ha nel 2023 una percentuale del 5,9% di occupati che hanno svolto almeno la metà dei giorni di lavoro in smart working, sotto la soglia media Ue del 9,1%. La Finlandia guida la classifica europea con il 22,2%, seguita dall’Irlanda al 21,8%, mentre Germania e Francia superano entrambe la soglia del 10%.
Divari tra Nord e Sud – Sul fronte del lavoro agile, i dati evidenziano un’ Italia divisa in due, il confronto è come sempre tra Nord e Sud Italia. Sono la Lombardia ( 39,4% ) e il Lazio ( 38,4% ) a guidare l’elenco delle Regioni con la più ampia diffusione di lavoratori da remoto, mentre Sicilia ( 18,4 % ), Valle d’Aosta ( 19 % ) e Calabria ( 19,4% ) si attestano al di sotto del 20 per cento. Sul piano provinciale, solo 16 province su 107 superano la media nazionale del 29% per gli occupati da remoto con alto grado di istruzione. Le restanti 91 province si collocano sotto quella soglia, con i valori più bassi nelle province di Enna (10,8%) e Foggia (15,2%).
Per finire, nei 27 Comuni italiani con una densità demografica pari o superiore ai 150mila abitanti, la percentuale di smart workers laureati risulta pari al 38,8%, contro il 24,8% del resto del territorio nazionale. Il divario tra i grandi centri urbani e le aree periferiche segnala come la concentrazione di funzioni direzionali e del terziario avanzato incida direttamente sull’accessibilità al lavoro flessibile.
Milano guida la classifica con il 56% degli occupati laureati che svolgono parte dell’attività fuori sede; a Roma la percentuale è del 45%, a Bologna e Torino del 41%. Il fattore di genere introduce una dimensione aggiuntiva: nel capoluogo lombardo la componente femminile raggiunge il 39,7% di smart workers, contro il 37,1% degli uomini; a Napoli il dato femminile arriva al 20,3%, più che doppio rispetto a quello maschile del 12,6%. Le province di Messina (16,7%) e Catania (17,7%) si collocano agli ultimi posti tra le realtà urbane analizzate: meno di un occupato laureato su cinque, in questi territori, sceglie il lavoro agile.

