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Cassazione: condannato per estorsione il datore che sfrutta i lavoratori sotto la minaccia di licenziarli


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Con la sentenza n. 37362 del 17.11.2025, la Cassazione afferma che deve essere condannato per estorsione l’imprenditore che ottiene vantaggi patrimoniali modificando in senso peggiorativo l’accordo concluso tra con il dipendente per ottenere risparmi di spesa.

Il fatto affrontato

La Corte d’Appello condanna il legale rappresentate dell’impresa, ritenendolo colpevole del reato di estorsione, per aver, da un lato, licenziato un dipendente che si era lamentato di aver ricevuto un compenso inferiore a quello pattuito per il lavoro domenicale e, dall’altro, estromesso una lavoratrice assunta in nero e mai retribuita che aveva chiesto il pagamento.

La sentenza

La Cassazione, nel confermare l’impugnata pronuncia di merito, rileva che si configura il reato di estorsione a carico del datore quando lo stesso - approfittando della situazione del mercato del lavoro a lui favorevole, perché l’offerta prevale sulla domanda - costringe i lavoratori ad accettare trattamenti retribuitivi deteriori e non adeguati alle prestazioni eseguite.

Per la sentenza, prima condizione essenziale per l’integrazione di detto reato è che la condotta del datore deve essere posta in essere sotto la minaccia, anche celata, del licenziamento.

Secondo i Giudici di legittimità, altro elemento caratterizzante la fattispecie è il vantaggio perseguito (che costituisce ingiusto profitto) che può essere rappresentato non solo da modificazioni delle pattuizioni contrattuali che riducano o eliminino diritti del lavoratore, consentendo al datore di lavoro risparmi di spesa o minori esborsi, ma anche dall'imposizione di formule contrattuali che simulano la regolamentazione del rapporto in termini difformi da quelli reali.

Su tali presupposti, la Suprema Corte rigetta il ricorso dell’imputato e conferma la sua colpevolezza rispetto al reato ascrittogli.

A cura di WST