A ognuno il suo welfare aziendale : la sfida praticabile. Il punto di vista di lavoratori e aziende. Rapporto Censis – Eudaimon 2026

Il rapporto Censis – Eudaimon “ A ognuno il suo welfare aziendale : la sfida praticabile. Il punto di vista di lavoratori e aziende “ giunge alla sua nona edizione. Il rapporto si rivela di anno in anno essenziale per capire le trasformazioni in atto non solo nel mondo del welfare aziendale ma anche nel mercato del lavoro. Come le sue precedenti edizioni, il rapporto integra il punto di vista dei lavoratori con quello di aziende leader, raccontando il legame degli italiani con il proprio lavoro.

In un contesto globale di profonde trasformazioni, il welfare aziendale si conferma come leva strutturale delle imprese italiane per attrarre e fidelizzare i talenti, ad esserne convinte sono l’ 87,3% delle aziende intervistate. Eppure, nonostante questa centralità, emerge un divario tra ambizione e pratica :  solo 4 aziende su dieci riescono ad offrire piani su misura che soddisfino a pieno le esigenze dei propri collaboratori. Da qui nasce un diffuso stato di insoddisfazione tra i dipendenti, identificato come causa principale del calo di motivazioni.

Il senso del lavoro – Per il 55,1% dei dipendenti la carriera non rappresenta una priorità, a fronte di un 33,8% che la ritiene fondamentale e di un 11,1% che non prende posizione. Questo distacco si riflette nel senso attribuito all’attività professionale: il 64,7% dei lavoratori dichiara infatti di smarrire il significato del proprio operato, percependo l’impiego come una mera fonte di reddito.

Il quadro evidenzia una divisione netta tra chi vive il lavoro come un obbligo (44,7%) e chi lo considera una vocazione (42,7%), con un 12,6% di indecisi. Nonostante questa polarizzazione, emerge una forte spinta verso l’etica aziendale: il 51,1% degli intervistati opterebbe per un’impresa di cui condivide i valori, anche a costo di rinunciare a una retribuzione più alta. Al contrario, solo il 26,9% non compierebbe tale scelta privilegiando l’aspetto economico, mentre il 22% preferisce non pronunciarsi.

I confini tra vita professionale e privata – Ricevere e-mail, messaggi, telefonate ecc. fuori dell’orario di lavoro mette ansia al 45,8% degli occupati. E il 43,9% ha scelto di praticare la disconnessione, non rispondendo a e-mail, messaggi, chiamate ecc. fuori dall’orario lavorativo, il 49,3% continua a farlo e il 6,8% non ha effettuato scelte in proposito. Non rispondono a e-mail e messaggi fuori dall’orario di lavoro il 57,7% dei giovani, il 47,5% dei 35-49enni e il 33,7% degli over 50.

Parallelamente cresce l’esigenza di un nuovo equilibrio : per l’88,2% degli occupati avere più tempo per sé stessi e il proprio benessere dovrebbe essere un diritto condiviso. Il 71,3% ritiene inoltre che esistano le premesse tecnologiche ed economiche per una riduzione dell’orario, ad esempio tramite la settimana corta. Anche su questo fronte, il favore verso il cambiamento è guidato dagli Under 35 (82,8%), seguiti dal 72,9% della fascia intermedia e dal 64,0% dei lavoratori più maturi.

Malesseri lavoro correlati – Sul fronte del benessere psicologico, il 68,3% degli occupati sperimenta forme di “fatigue”, manifestando un’estrema stanchezza psicofisica ed emotiva prolungata nel tempo; solo il 27,8% ne dichiara l’assenza, mentre il 3,9% preferisce non rispondere. Il malessere si estende anche a disturbi più specifici: il 54,0% dei lavoratori ha sofferto almeno una volta di ergofobia, provando timore al pensiero di recarsi in ufficio. Infine, il 21,7% del campione dichiara di convivere con la sindrome dell’impostore, dubitando costantemente delle proprie competenze e ricercando un continuo riscontro esterno.

Nodo retribuzioni – Il panorama delle retribuzioni in Italia evidenzia una diffusa insoddisfazione: il 57,7% degli occupati ritiene il proprio compenso inadeguato alle mansioni svolte, a fronte di un 36,1% di soddisfatti e di un residuo 6,2% che non prende posizione.

Mobilità lavorativa – Sul “ job hopping “,  ovvero la tendenza a cambiare frequentemente azienda, le opinioni tra gli occupati restano divise: il 32,5% lo ritiene una strategia più efficace della fedeltà aziendale per ottenere incrementi retributivi. Di parere opposto è il 38% degli intervistati, che non concorda con questa visione, mentre una quota significativa pari al 29,5% preferisce non esprimersi in merito.

L’ esigenza di welfare personalizzato – Oltre l’84 % dei lavoratori intervistati ritiene che soluzioni di welfare flessibili, personalizzate e quindi coerenti con le proprie esigenze individuali incidano positivamente su motivazione, produttività e benessere complessivo. Al contempo, però, le aziende faticano a trasformare questa domanda in azioni concrete : solo il 43,3% ha introdotto piani personalizzati, mentre un ulteriore 33,3% prevede di farlo nel prossimo futuro, lasciando ancora ampio spazio a interventi generici e standardizzati.

Conclusioni – Sorge a questo punto un interrogativo: perché molte imprese faticano a tradurre le intenzioni in pratiche concrete? La risposta emerge dai dati stessi: per personalizzare il welfare non sono sufficienti strumenti standardizzati. Occorre, invece, ascoltare le esigenze individuali dei collaboratori per progettare interventi su misura; ma per fare ciò, bisogna disporre di risorse e processi interni capaci di affrontare questa complessità. Non sorprende dunque che, pur riconoscendone l’importanza, molte aziende si fermino a piani generici, incapaci di trasformare le buone intenzioni in vantaggi percepiti dai lavoratori.

La sfida per il futuro è quindi capire come rendere il welfare aziendale realmente efficace e fonte di valore aggiunto per i collaboratori. Solo così il welfare aziendale diventa un fattore concreto di motivazione e fidelizzazione traducendosi in un vantaggio competitivo per l’ impresa.

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