Cassazione: è sufficiente la busta paga a provare lo svolgimento del lavoro a tempo pieno?

Con l’ordinanza n. 20814 del 19.06.2026, la Cassazione afferma che la busta paga può avere natura di confessione stragiudiziale a sfavore del datore di lavoro, solo a condizione che le indicazioni in essa contenute siano chiare e non contraddittorie, altrimenti il cedolino diviene una fonte di prova liberamente valutabile dal giudice.

Il fatto affrontato

La dipendente – dopo aver ricevuto una lettera con cui l’ex datore le comunicava che per un errore le buste paga dell’ultimo anno di lavoro erano state redatte in relazione ad un orario full time in luogo del part time effettivamente svolto – ricorre giudizialmente al fine di ottenere l’accertamento dell’avvenuto svolgimento del rapporto di lavoro con orario pieno.

La Corte d’Appello rigetta la predetta domanda, posto che la ricorrente non aveva assolto l’onere della prova gravante sulla stessa circa l’effettivo orario prestato.

L’ordinanza

La Cassazione – nel confermare la pronuncia di merito – rileva preliminarmente che, in materia di retribuzione, il prospetto paga ha natura di confessione stragiudiziale a sfavore del datore di lavoro.

Secondo i Giudici di legittimità, la busta paga ha, quindi, piena efficacia di prova legale, vincolante quanto alle indicazioni ivi contenute, ma solo laddove queste siano chiare e non contraddittorie.

Tuttavia, continua la sentenza, l’efficacia di prova legale non è assoluta, ben potendo il datore dimostrare la non veridicità della propria dichiarazione confessoria e l’errore di fatto che ne abbia causato l’emissione.

Rinvenendo quest’ultima circostanza nel caso di specie, la Suprema Corte rigetta il ricorso della lavoratrice, confermando la non debenza della somma portata dalle buste paga.

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